
Collage come volontà ideologica, sociale e politica di non rifiutare la realtà, ma di trasformarla dall’interno, di non fuggirla in un universo privato, ma di integrarla nella sfera del lavoro artistico; di non contrapporre l’arte alla società, ma di lasciarsi permeare da questa, di essere in relazione costante tanto con i suoi umori quanto con i suoi materiali; di non astrarsi dal mondo circostante, ma di guardarlo in faccia e operare su di esso e con esso. Collage come elezione della metamorfosi a principio primo dell’arte.
Un lavoro di analisi, di scomposizione e ricomposizione, un lavoro di anatomia, operazione chirurgica che smembra e riassembla. Là dove finisce il “fare” artistico e più in generale il farsi della comunicazione, comincia il “fare” della fruizione, il fare dell’orecchio, dell’ascolto, e inevitabilmente della rielaborazione. Quel fare cioè che dota di senso (di un senso) il prodotto altrui. Dopo la fine non finisce proprio niente, dopo la fine è ancora tutto da fare. Non si finisce mai di finire, il non finito diviene la nostra condizione permanente. Il riconoscimento del nostro perpetuo lavorare sul lavoro di altri, o sul lavoro di noi che ora siamo altri. Di là da ciò che si vede, un nuovo modo di vedere, dopo la fine un nuovo paio d’occhi. Dopo la fine un percorso da seguire in senso inverso, a ritroso, fino all’inizio, o alla fine precedente. Dopo la fine delle immagini, delle parole, degli oggetti, l’attesa: l’attesa di un frutto, l’attesa di un senso, di una risposta.










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